“Il settore chimico europeo sta attraversando una profonda crisi: è la madre di tutte le industrie”
Il gruppo di lavoro della CEC “Innovation for a More Competitive EU” sta conducendo una serie di interviste con i principali manager europei. L’obiettivo è comprendere il loro approccio all’innovazione e determinare come l’Europa possa supportarli con maggiore efficacia. Analizzando ciò che funziona e ciò che deve essere migliorato, l’iniziativa mantiene un approccio costruttivo volto a rafforzare la competitività dell’Unione Europea.
Abbiamo intervistato Giulio Bonazzi, CEO di Aquafil, azienda italiana quotata su Euronext con un fatturato superiore ai 500 milioni di euro, che rappresenta un esempio perfetto di integrazione tra innovazione e sostenibilità nel settore chimico.
Aquafil è un leader globale nell’economia circolare specializzato nella produzione di fibre sintetiche, principalmente Poliammide 6, per i settori della pavimentazione e dell’abbigliamento. L’azienda è nota soprattutto per il suo sistema di rigenerazione brevettato ECONYL®, che trasforma i rifiuti di nylon — come reti da pesca e scarti tessili — in una materia prima di alta qualità, del tutto equivalente al materiale vergine.
Puoi leggere l’intervista in inglese qui [+]

Acquafil viene spesso percepita come un’azienda tessile chimica, ma in realtà è una piattaforma tecnologica di reciclo, che unisce sostenibilità e innovazione. Il successo di Econyl è legato alla riduzione delle emissioni Scope 3. Ci vuole spiegare il vostro modello?
Noi produciamo fibre sintetiche soprattutto di nylon 6 o poliamide 6 e siamo sempre stati molto innovativi sia nel processo di produzione sia nello sviluppo dei prodotti, tanto che abbiamo qualche decina di migliaia di codici prodotto.
Nel corso della vita della nostra azienda, abbiamo visto che il mercato ha cominciato a richiedere i nostri prodotti in una forma più sostenibile o circolare e da questo punto abbiamo cominciato a sviluppare un nuovo processo.
Nel nostro caso siamo partiti da un processo esistente – la depolimerizzazione della nostra materia prima, il nylon 6 – e l’abbiamo sviluppato in modo da poter riciclare scarti che derivano soprattutto dal post uso, quindi non tanto scarti puliti facili da riciclare, ma scarti molto complessi da riciclare.
Questo è il nostro fiore all’occhiello e ciò per cui siamo molto conosciuti. Un successo legato anche alla riduzione delle emissioni CO2 in ambito sostenibilità.
Però attenzione, queste cose non nascono dal nulla, non si può improvvisamente decidere di sviluppare una cosa del genere.
Questo è un viaggio, è un percorso che si continua a coltivare, man mano che ci si trova a confrontare problemi sempre più tecnologicamente sfidanti.
Qual è stato l’ostacolo più difficile da superare per voi? la sfida chimica della depolimerizzazione o la creazione di una logistica di recupero per le reti da pesca e moquette?
E’ un insieme di cose. Purtroppo la parte chimica è relativamente facile, se riesco ad alimentare ai reattori uno scarto pulito. È molto complicato se invece alimento al reattore uno scarto con tante parti di non-nylon6.
All’inizio ci siamo concentrati molto sulla parte chimica, nell’erronea convinzione che sarebbe stato relativamente facile trovare gli scarti.

Poi col tempo ci siamo resi conto, una volta che il processo cresceva dimensionalmente, che una cosa è trovare 5.000 tonnellate all’anno di scarti, un’altra cosa è trovarne mezzo milione di tonnellate (esistono veramente pochi scarti di nylon 6 puliti).
È chiaro che a questo punto c’è bisogno di sviluppare tecnologie che siano in grado di accogliere molti più materiali.
La cosa più difficile per Aquafil non è stata Econil, ma è stata tanti anni fa passare da essere un’azienda che seguiva i leader di mercato, dove erano loro a dettare la tecnologia, ad essere noi il leader di mercato, a proporre prodotti e processi innovativi.
Oggi la difficoltà è mantenere la leadership. Econil è una parte di questo sforzo.
In un mercato di commodity, come state proteggendo il vostro posizionamento rispetto ai competitor che utilizzano il riciclo meccanico?
Tra il riciclo chimico e il riciclo meccanico c’è un mondo in mezzo, perché il riciclo meccanico degrada il materiale, quindi non riesce mai a proporre un prodotto perfettamente sostitutivo del materiale originario.
Invece con il nostro tipo di riciclo chimico, facciamo un materiale che è perfettamente sostituibile a quello che deriva dal petrolio, senza limitazioni né da un punto di vista prestazionale né da un punto di vista estetico.
Voi siete premium di prezzo?
Sì, siamo premium. Però sull’affermazione che noi produciamo commodities, la risposta è sì e no.
Quello che noi produciamo dal riciclo chimico è un monomero e quindi è una commodity, ed è più difficile da differenziare.
Però quello che io vendo spesso è un filo. Tanto per darci un ordine quantitativo, magari il monomero vale 1,50€ -1,60€, mentre il filo può valere 5€ -7€.
Quindi è ovvio che la capacità di creare specializzazione sul filo è molto più ampia che non sul monomero. Poi c’è Prada che addirittura va a vendere il mio materiale al chilo ad un prezzo mille volte più caro.
Vorrei approfondire le problematiche connesse con la circolarità dei prodotti. Alla fine questa economia circolare è più economica o comunque poi bisogna pagarne un prezzo?
Dalla nostra esperienza di 15 anni, all’inizio non è più economica, ma può diventarlo.
Nella poliamide 6 è stato sicuramente un processo all’inizio più costoso, oggi lo è ancora a seconda della tipologia di scarti che noi riusciamo a reperire, peraltro sta cambiando confronto competitivo, perché se una volta ci confrontavamo con produttori europei, oggi competiamo con produttori cinesi, con prezzi ben diversi.
Però si può diventare più competitivi se si realizza un sistema pensato per l’economia circolare, quindi prodotti sviluppati apposta dall’inizio alla fine per essere raccolti e riciclati, ma oggi non è così.
Questo è il problema: guardando alla rete da pesca, un discorso è se oggi semplicemente ne ottimizzo il costo di produzione senza considerare il suo smaltimento o riciclo, un altro discorso è se inglobo nel costo iniziale anche la responsabilità del fine vita del prodotto quindi magari posso fare una rete da pesca che può essere un po’ più costosa all’inizio perché magari invece di metterci le corde di materiale poliolifinico, ce le metto in nylon, rendendo il riciclo finale molto meno costoso perché non devo perdere tempo a separare.
Un riciclo by design insomma, proprio dall’inizio.
La riprogettazione dei prodotti è cruciale per ridurne poi il costo sul fronte del riciclo.
Quali sono le vostre sfide attuali e come utilizzate l’innovazione per risolverle.
Le nostre sfide attuali sono sicuramente continuare a rendere il prodotto più competitivo. L’altra sfida è introdurre concetti di economia circolare nella progettazione e nel design dei prodotti, affinché, alla fine, raccogliere i materiali da trattare diventi un processo semplice.
Quando si passa dall’economia del riciclo all’economia circolare, il grosso problema che la gente non ha ancora capito è che se nell’economia del riciclo può agire anche l’azienda singola della catena del valore (da quando nasce la materia prima a quando si fa il prodotto finale); invece nell’economia circolare ci vuole una collaborazione di tutta la catena del valore, per ottimizzarne il costo complessivo.
Faccio un esempio concreto. La BMW vuole introdurre nelle sue auto dei tappetini circolari e fa una call sul mercato per scegliere il fornitore. All’inizio paga un costo superiore, ovviamente aiutando il mercato.
Però è chiaro che oltre alla BMW, al produttore del tappetino, all’Aquafil che fa le fibre, poi ci vorrà anche qualcuno che raccoglie i tappetini a fine vita delle auto (l’autofficina, la concessionaria).
Nell’economia circolare o si coinvolgono tutti quanti, cioè non basta l’aquafil che gli dà il filo riciclato e riciclabile, bisogna che il tappetino sia fatto per essere riciclato e bisogna che poi il produttore dell’auto lo adotti e bisogna che poi qualcuno alla fine lo raccolga e ce lo mandi indietro.
In che modo utilizzate l’innovazione per affrontare queste sfide?
Per risolvere questo genere di problemi noi facciamo due cose.
Primo, cerchiamo, nei limiti delle nostre capacità, di investire in ricerca e sviluppo, perché purtroppo solo la ricerca aiuta a risolvere determinati problemi.
Secondo, continuiamo a lavorare con tutta la catena del valore delle nostre industrie, siano quelle tessili, della plastica o della pavimentazione tessile per cercare di trovare delle partnership di aziende interessate a sviluppare prodotti che possano rispondere alle esigenze dell’economia circolare.
Quindi un’innovazione sia nel lato produttivo sia nei modelli di partnership con tutta la filiera per la materia secondaria.
Cosa manca per realizzare davvero l’economia circolare?
La prima cosa che manca è una legislazione che spinga ogni industria ad essere responsabile delle materie prime che consuma e degli scarti che genera.
Questo è facile da dire, ma molto complicato da realizzare con procedure e passi reali.
Qual è il vostro approccio per l’innovazione? R&D interna, open innovation, acquisizione di startup?
È molto pragmatico. Chiaramente noi siamo un’azienda che ha una capacità di investimento, ricerca e sviluppo limitata. Non possiamo spendere 50, 100 o un miliardo all’anno in ricerca e sviluppo.
Abbiamo un ufficio interno di ricerca e sviluppo, una serie di impianti pilota su cui abbiamo investito – a volte siamo anche riusciti a prendere qualche contributo a fondo perduto sia a livello locale che a livello europeo.
Collaboriamo continuamente con università e centri di ricerca, a seconda della tematica, che può essere locali o straniere o Centro Nazionale della Ricerca o Fondazione Bruno Kessler, insomma a seconda della tematica vai a cercare la controparte che può avere più competenza e ha interesse a investire, è capitato anche di comprare altre aziende, ad esempio attive nella raccolta degli scarti, dei tappeti o delle reti da pesca.
C’è chiaro che se ci sono già delle cose disponibili le vai a acquisire.
Chi guida l’innovazione nella vostra azienda?
Credo che sia una cultura abbastanza diffusa nell’impresa. Chiaramente l’amministratore delegato è sempre un motore fondamentale perché se non c’è l’amministratore delegato che spinge e che mette le risorse a disposizione diventa un problema.
Nel nostro caso anche i capi business e spesso i direttori industriali o l’ufficio ingegneria sono molto partecipi di questo processo. L’innovazione è distribuita tra le varie divisioni.
Abbiamo sia innovazione di prodotto sia di processo, a livello di business e a livello di plant, abbiamo anche degli impianti pilota.
Se abbiamo una materia prima che poi va in diversi business, alcune fasi della ricerca su questa materia possono essere centralizzati, avendo degli impianti pilota che rispondono allo scopo.

L’innovazione costa. Voi partecipate a programmi di ricerca e finanziamento europei tipo Horizon, quali sono le vostre fonti di finanziamento?
In passato era molto la provincia autonoma di Trento, quando aveva più risorse a disposizione e quindi era relativamente semplice, veloce e probabile ottenerle.
Poi Ministero della ricerca e sviluppo. Abbiamo utilizzato anche fondi europei, sia Horizon 2020 che altri.
Ad esempio l’ultimo bando che abbiamo preso adesso, proprio dal Miur, è per un progetto da oltre 6 milioni, in associazione tra noi, il Politecnico di Torino, più altre società.
Italia e Slovenia sono i due posti dove abbiamo più attività di ricerca.
Le fonti di finanziamento dipendono da dove e cosa si vuole fare. Per un progetto di ricerca in Slovenia ovviamente devo cercare qualche cosa che sia o a livello sloveno o a livello europeo.
Qual è la parte più difficile nel portare avanti questi progetti di ricerca? La normativa, il finanziamento, le collaborazioni trasfrontaliere, la burocrazia?
La parte più difficile è l’ottenimento dei fondi, però attenzione che è raro che un progetto di ricerca nasca solo se c’è il fondo. Il progetto nasce perché c’è un interesse dell’azienda, poi vengono i fondi: il progetto lo farei comunque, ma se mi date dei fondi, lo faccio più grosso e più veloce.
I progetti, in particolare quelli del Muir, non coprono comunque tutte le spese.
Poi i progetti di ricerca, quelli più interessanti, nascono piccoli e finiscono grandi, per cui magari uno ha anche preso 3 milioni di finanziamento, ma alla fine ne ha spesi molto di più, perchè nel frattempo hai ottenuto dei risultati.
Noi in CEC ci stiamo occupando molto di lifelong traing e di come tenere aggiornate le competenze dei manager. I vostri manager possiedono le competenze necessarie per dare impulso all’innovazione? Cosa fate per il loro training?
In questo periodo i manager sono oberati, il nostro problema è capire cosa succede alle materie prime, se le navi viaggiano, il petrolio, il gas, potete immaginare il caos che stiamo vivendo.
Ed è sei anni che tra Covid, Ucraina, e dazi viviamo ogni anno una situazione eccezionale che ci rende veramente difficile alzare la testa e guardare un pò oltre.
In termini di competenza dei nostri manager non siamo messi male rispetto alla concorrenza, io però sono una persona che non è mai contenta, vedo sempre il bicchiere mezzo vuoto e mai mezzo pieno, ma questo è anche secondo me un po’ come dovrebbe essere l’approccio al lavoro dell’amministratore delegato: se ti fermi semplicemente a guardare I risultati ottenuti e i successi, non guardi a quello che è andato male e non porti mai avanti l’azienda.
Poi io sono, ahimè, un manager di vecchia generazione, quindi ho sicuramente molta competenza sul business tradizionale della mia azienda, molta meno sulle nuove tecnologie, di intelligenza artificiale o altre cose,
Cerco ovviamente di interessarmi, leggo, vado a conferenze, cerco di interagire, però una roba è essere un esperto di queste tecnologie, un’altra cosa è uno che cerca di capire dove siano applicabili.
Avete dei programmi specifici per le vostre persone oppure assumete da fuori una persona con le competenze giuste?
È molto raro, ma non è impossibile. È raro trovare da fuori una persona con le competenze giuste, perché il nostro è un settore che ha pochissimi attori.
Mentre una volta, quando l’Acquafil era piccola, ma c’era la Snia, piuttosto che la DuPont, io potevo andare a cercare un manager da queste aziende. Oggi queste aziende non ci sono più, quindi il problema è che bisogna formare le proprie persone all’interno.
Se però magari hai bisogno di una persona molto forte nella gestione del processo chimico, puoi andare a cercare un manager che abbia esperienza in altri processi chimici, con mente aperta e voglia di imparare.
Formiamo le persone un po’ on the job, un po’ facendole girare.
Un lavoro che cerchiamo di fare, di cui i miei manager che vengono da concorrenti dicono che facciamo cento volte meglio, è quello di far circolare il più possibile le informazioni tra uno stabilimento e l’altro.
Abbiamo dei gruppi di lavoro composti da persono da tutto il mondo, un approccio deciso anche per stimolare una condivisione delle conoscenze e una partecipazione da parte del management.
Altrimenti il rischio è che ognuno vada per conto proprio e tu dell’impianto in USA non sai che cosa sta facendo quello in Cina, studiate in due lo stesso problema e arrivate a due soluzioni diverse. Però le sinergie sono molto facili e belle da scrivere sulla carta, ma molto più complesse da realizzare nella realtà.
In America abbiamo realizzato il primo brevetto di separazione di un tessuto misto nylon e lastomero, con un lavoro fatto con Georgia Tech.
A Georgia Tech tu non ti lauri se non fai un progetto di ricerca, ancora di più ovviamente se fai un dottorato; quindi ogni tanto con loro facciamo progetti e a volte cerchiamo di assumere chi ci ha lavorato. Questo fa un po’ parte di questa filiera di imparare le cose.

Allarghiamo lo sguardo. Le recenti semplificazioni del pacchetto Omnibus (CSRD/CSDDD) riducono gli oneri burocratici per molte imprese, ma Aquafil resta nel perimetro. Cosa pensa di questa “semplificazione”?
Io ritengo, e spero, che col tempo questo genere di attività sia sempre più affinata, perché per come l’ho vista io è molto burocratica e molto poco efficace da un punto di vista di rapportistica.
Purtroppo noi in Europa spesso creiamo una sovra regolamentazione, perché facciamo prima la direttiva votata dal Parlamento europeo e poi ogni stato membro ha flessibilità nell’applicazione e ci ritroviamo 27 legislazioni diverse. Insomma, meglio i regolamenti delle direttive.
Così chi lavora su più paesi europei si ritrova una serie di carte da riempire ben complicate. Però una volta che hai imparato a farlo, hai un vantaggio competitivo, prima che il concorrente ci arrivi soffre le pene dell’inferno!
Adesso c’è molta discussione in Europa sul principio DNSH, Do Not Significant Harm e anche la Confindustria ha criticato molto il principio dicendo che blocca tutti i finanziamenti ai settori che devono fare una transizione dal brown al green.
Io sto già facendo la transizione! Il mio interesse maggiore è capire come questa cosa si riverbererà a caduta sui prodotti finiti.
Vedo quello che succede in altre parti del mondo, leggasi in Cina, dove ahimè sono partiti dieci anni dopo di noi ma arriveranno dieci anni prima di noi, perchè sono più rapidi ed efficienti di noi in Europa, e questa sarà un’altra opportunità di business che probabilmente perderemo.
Anche nell’ottica del riciclo?
Sì. Per esempio, quando la Comunità europea studiava la direttiva sul fine vita dei veicoli in ottica circolare, noi abbiamo avuto richieste di venire a visitarci da parte di aziende giapponesi e coreane, nessuna da aziende europee.
Uno potrebbe pensare che magari l’azienda europea ha già fatto un accordo con la BASF. Però noi siamo dieci anni avanti alla BASF.
Questo vuol dire che i giapponesi hanno fatto una ricognizione di quello che offriva il mercato.
Io ho avuto in visita una delegazione di Honda, dove c’era il capo mondiale della sostenibilità di Honda, che è venuto qua dal Giappone con 20 persone.
Altri 20 erano in videoconferenza e siamo già al terzo incontro. Io ho visto zero europei.

Ma questo perché?
Perché se io sono in Cina e il governo cinese emana una legge, io mi adeguo immediatamente. Il problema è che invece noi in Europa partiamo dall’idea che tanto poi alla fine la legge verrà ridotta o rinviata.
Il giapponese, il coreano si prepara per tempo, comincia a pianificare. Al cinese poi la pianificazione gliela fa il governo!
Quindi, dovendo riassumere, il vantaggio dell’Asia e che c’è certezza delle normative e del loro rispetto, e poi in Cina c’è volontà e capacità di programmare.
Il nuovo Regolamento sui Veicoli Fuori Uso obbligherà i produttori a usare il 15% di plastica proveniente da rifiuti post-consumo.
Toyota sta già aprendo un plant in Europa per smontare le autovetture, centralizzando l’attività. Questo ovviamente è solo il primo step, perché ora cominciano a progettare le macchine affinché alla fine siano smontate in maniera più economica; probabilmente fra qualche anno saranno loro a fornire ai produttori di auto prodotti riciclati proveniente dal settore automobilistico.
Se Toyota ha la fabbrica, ottempererà al regolamento, quindi forse non paga la multa. Se per di più lo riesce a fare in modo economico, si ritrova un vantaggio competitivo.
Quello che sta succedendo è che il governo cinese studia le direttive europee e fa riunioni con i produttori cinesi per spiegare ad esempio che cos’è la cross border carbon tax, o la direttiva sull’economia circolare nel settore. Lo so, perché invita anche a noi.
Le aziende cinesi si cominciano a preparare per non essere penalizzate.
Ma la Cina sta facendo anche un’altra cosa. Nel nuovo piano quinquennale ha inserito un sacco di obiettivi sull’economia circolare del tessile, dell’automotive, etc e il piano quinquennale cinese è una cosa seria, che va fatta.
Le province si stanno attrezzando nella raccolta degli scarti, non come stanno facendo qua in Europa, dove dicono che ci si creeranno i consorzi, di fatto delle entità private.
In Cina sono le aziende municipalizzate, che si attrezzano per raccogliere e mettere a disposizione gli scarti in modo corretto, quindi succederà che loro realizzeranno delle economie di scala molto più velocemente e metteranno a disposizione gli scarti ad un costo più competitivo di quanto noi non riusciremo a fare qua in Europa.
Un paio di mesi fa parlavo col direttore innovazione della Volvo, che diceva le stesse cose, Certo, la Volvo è proprietà di un’azienda cinese!
I cinesi sono più indietro rispetto a noi europei, ma probabilmente fra quattro o cinque anni ci avranno non solo raggiunto ma anche superato. E’ una questione di gestione, governance, standardizzazione.
Io ricevo decine di sollecitazioni al giorno per andare in Cina a fare un impianto di riciclo chimico dai vari sindaci della città (che poi sono anche i segretari del partito, perchè le due figure si sovrappongono), che offrono di mettermi a disposizione tutto quello che serve – terreno, fabbricati, prezzo dell’energia elettrica competitivo – che mi chiedono di dargli indicazioni su come raccogliere gli scarti, ecc.
Qui in Europa invece nessuno fa niente.
Molta della ricerca e innovazione italiana è oggi gestita con fondi di derivazione europea. Quale meccanismo trova più efficiente: assegnare fondi centralmente dall’Europa (modello EIC/Horizon) oppure ai singoli paesi, dando all’Italia la scelta di come usarli?
Sarebbe auspicabile riportarli a livello nazionale, quindi in modo proporzionale ai vari stati. Perchè purtoppo in Europa ci sono paesi più organizzati di noi che ottengono più fondi.
L’Unione Europea cerca comunque di applicare dei corrrettivi geografici, per evitare di dare tutti i fondi agli svedesi (che sono dei fenomeni!), ma di dare spazio anche agli stati minori, cercando di applicare dei sistemi incentivanti per i vari paesi e non semplicemente una graduatoria in termini di meritocrazia.
La Commissione EU ha lanciato nel 2025 il Clean Industrial Deal, pensato per industrie energy-intensive ed economia circolare. A marzo ’26 è stato presentato l’industrial acceleration act, per promuovere prodotti made in Europe low carbon. Come valuta queste misure?
Non lo so, vedremo quello che succede, ma una cosa che l’Europa avrebbe dovuto fare già da dieci o quindici anni, è il public procurement, premiando per esempio con il 5% i prodotti sostenibili e riciclabili: questo sarebbe stato un bello stimolo.
Invece ha solo dato indicazioni generiche di favorire il prodotto con certe caratteristiche e tutti si sono sentiti libri di non fare nulla.
Solo adesso se ne inizia a parlarne seriamente.
In che modo l’UE può aiutarvi? Meglio puntare sulla protezione per legge del mercato (dazi/carbon tax) o su incentivi diretti alle imprese (finanziamenti agevolati)?
C’è un enorme stato di crisi del settore chimico europeo, che è la madre di tutte le industrie.
Ho partecipato recentemente ad un incontro con le associazioni chimiche europee, con il commissario europeo che diceva, “ditemi quali sono le molecole, i siti che noi dobbiamo proteggere e in tre mesi vi diamo i soldi per farlo”.
Però ci sono 27 paesi e purtroppo è una distribuzione a pioggia, non efficace, e si rischia di dilapidare il proprio tesoretto anche tra aziende che non hanno futuro o che non sono virtuose.
Spesso la mera riduzione degli oneri è il sistema più veloce per premiare le aziende virtuose. Nello specifico il costo dell’energia e la cancellazione degli ETS secondo me sarebbero la prima azione che l’Unione Europea dovrebbe fare.
Ma non lo fa perché è una sua grossa fonte di finanziamento.
Invece l’EU porta avanti delle misure altamente ingiuste, tipo la cancellazione delle quote in eccesso, l’anno scorso 3 miliardi.
Così per esempio io faccio investimenti, per ridurre le emissioni.
Poi succedono due cose. Primo, che le quote non possono essere comprate solo da chi effettivamente emette, ma diventano uno strumento di investimento, per cui i fondi ci speculano sopra.
Secondo, l’Unione Europea cancella le quote. Allora spiegatemi: mi hai detto di fare un investimento così risparmio soldi, poi dopo fai tutto quello che è in tuo potere per mantenere il prezzo alto e alla fine, non ho risparmiato niente e pago sempre di più.
Magari il mio concorrente europeo paga più di me, ma il mio concorrente cinese, americano, indiano, non paga le quote EU.
Bisognerebbe approvare la cross border carbon tax: una legge fantastica dal punto di vista filosofico, ma utopistica, perchè non sarà mai possibile applicare un meccanismo di effettiva compensazione.
Se lei potesse chiedere alla signora von der Leyen solo un’iniziativa, un programma, una norma per accelerare l’innovazione, cosa chiederebbe?
Obbligare i 27 Paesi membri con regole di sostenibilità nel public procurement.
Perché è una spesa enorme, quindi è uno strumento potentissimo di orientamento ed è molto più facile che ne beneficiemmo noi europei rispetto alle aziende cinesi o asiatiche, soprattutto quando si parla di tender nazionali o locali.
Per la competitività delle aziende europee, serve più o meno Europa? Un’Europa più forte, con più competenze oppure con meno?
Serve più Europa, ma non un’Europa burocratica come quella di adesso, ma servirebbe un’Europa federale, dove alcune leggi siano uguali in tutti i 27 paesi.

L’intervista è stata realizzata da Silvia Pugi in collaborazione con Gaetano Iaquaniello. Silvia Pugi è nel board di CEC European Managers (associazione che rappresenta un milione di manager europei presso le istituzioni di Bruxelles), dove gestisce l’area “Innovazione per un’EU più competitiva”.


